Villa Elisa B&B
Luogovivo - Marina di Pulsano - Taranto - Italia
Villa Elisa
Mio figlio mi ha
chiesto di scrivere qualche parola su “villa Elisa”. Lo faccio con
piacere anche se non posso nascondermi di avvertire, accingendomi a
farlo, una sorta di turbamento ed una certa sensazione come di rinunzia
e di distacco. Ho avvertito il segnale, forse anche inconscio, che m’ha
lanciato: ha compiuto il salto che aspettavo da tempo facesse e ha
cominciato ad amare in modo pieno e consapevole questa casa. Alla mia e
alla sua età era nell’ordine delle cose: è arrivato il tempo che gli
fosse affidata completamente.
La storia di questa casa cominciò il pomeriggio del sei di Luglio del
1962, giusto cinquant’anni fa, ed io ero giovane,
emozionato e assai preso dal mio prossimostato di proprietario. Con me
mio padre Mario anche lui commosso per ciò che si andava ad avverare. Lo
studio, quello del Dottor Vincenzo Palmieri, “Notaio in Taranto”, si
leggeva sulla bella targa lustra alla porta, per la stipula dell’atto
d’acquisto del “piccolo lotto di terreno sulla strada litoranea
salentina, località Luogovivo- oggi viale dei Micenei-, tra i territori
dei comuni di Leporano e Pulsano, esteso are 7.30, e confinante…...
E’ così che prese veste un lungo miraggio e potemmo pensare finalmente a
quella casa tanto attesa e tanto desiderata. Già, perché l’idea, anzi il
sogno di essa , lo aveva concepito mia madre anni prima, gli anni del
dopoguerra, quelli in cui si veniva fuori da privazioni incredibili e
pareva che tutto potesse essere riscattato ed affrancato solo
immaginandole nuove speranze. Lei però ci aveva lasciato troppo presto,
non avendo così né la possibilità di vederla questa casa, né di sapere
se avremmo mai potuto realizzarla e dove. Il suo sogno, che era stato
dettato dal grande amore, dai progetti e dalle fantasie che aveva per
me, e dal desiderio di un piccolo benessere che a lei era
sfuggito e che giungendo a me l’avrebbe in qualche modo risarcita, ce lo
eravamo preso in eredità io e mio padre, impegnandoci ad osservare ciò
che lei avrebbe voluto, con l’attenzione, la cura e l’entusiasmo che di
sicuro avrebbe impiegato e profuso se fosse stata con noi. Aggiungendo
poi di
nostro il calore, la tenerezza e la commozione che sempre provammo per
la sua presenza purtroppo invisibile, ma costante e certa.
Questa casa quindi è stata fatta di sogno e d’amore, così è stato. E per
i tanti anni che mi sono occorsi per realizzarla io non ho memoria
davvero di aver compiuto mai qualcosa che la riguardasse che non avesse
a che fare con la cura, il ricordo e l’attenzione di lei che per me
l’aveva così tanto desiderata. Non è migliore di altre case, non è più
grande, non è più bella, è fatta anzi
con semplicità e certo con non molti mezzi. Ma è una casa fatta come ho
detto e di quello che ho detto, e quindi il suo valore per me non potrà
mai essere calcolato semplicemente con un prezzo.
Hanno partecipato nel tempo alla sua costruzione molte persone, alcune
delle quali ora non ci sono più e che io rammento sempre con gratitudine
e rimpianto. Perché il sogno riuscì a prendere fattezze anche grazie al
loro aiuto, al loro impegno e alla loro dedizione. Innanzitutto mio
padre, e anche lui di lì a non molto mi lasciò, che poco poté vedere,
per la sua malattia,
persino di quello che era già stato fatto. Di lui mi rimangono,
collegate alla casa, poche fotografie in bianco e nero, ora per me di
molto valore, e i suoi teneri scritti per “calcoli delle strutture e
contabilità di cantiere”, come indicava sul suo quadernetto di appunti,
certo degni di edifici di ben altre dimensioni ed importanza. Testimoniano e provano il suo coinvolgimento e le
sue speranze. Nel tempo si sono poi succeduti al mio fianco un mitico
“mastro Giovanni”, gran fumatore, con cui ogni sera, quando si faceva
scuro e lo richiamavo per fermarci, si finiva a discutere per l’orario
di lavoro. Ma all’incontrario rispetto a quello che si fa oggi:
sosteneva che la sua “giornata”, come gli veniva calcolata, era troppo
breve, che avrebbe dovuto protrarsi con un orario più ampio e che si
poteva fare molto di più. Lavorava con una solerzia ed una onestà oggi
completamente perdute. Pare incredibile, riusciva a tenere accese due
sigarette insieme -le pestifere Alfa, le ricorda qualcuno?- perché,
sosteneva, se c’era da tagliare i conci di tufo da una
parte per poi fabbricarli a qualche metro di distanza, tenerne due
pronte, una in ogni posto, velocizzava o no il lavoro senza perdite di
tempo e senza che lui dovesse rinunziare ai suoi micidiali “sospiri”?
Questo era l’uomo, e a lui, alla grande stima per lui e al suo ricordo
sono legati muri ed angoli di questa casa che, anche per questo, per me
hanno assunto un ancor maggior valore.
Ce ne sono stati
altri: un “mastro Peppe” eclettico, efficace e rapido, ma davvero assai
poco amante del metro, con la conseguente irriferibile battuta del
nostro dialetto che ne derivava e che avrebbe dissuaso, stroncato e
bollato chiunque, meno che lui, imperterrito ed impenitente: il suo
metro era l’occhio. E lo straordinario “Signor Giaconella”, che ad una
età avanzatissima, ma sempre energico e mai stanco, si prendeva cura
degli alberi e delle siepi che cominciavano finalmente ad abbellire il
giardino. Spietato ed inesorabile potava, diceva lui, amputava, pensavo
io, rami e tronchi che mi sembravano figli tanto li avevo amati,
sostenuti e vegliati. Altrettanto deciso e categorico, con la sua
vocetta querula e petulante stroncava ogni mio maldestro tentativo di
difenderli a qualsiasi costo, ed aveva ragione. Riconosco oggi che in
questo campo da lui molto
ho potuto imparare. Cito per ultimo, ma sicuramente solo nell’ordine, il
caro Costantino, di cui godo ancora purtroppo solo rare e brevi visite
da quando se ne è tornato al suo paese. Costantino, artigiano falegname
che io voglio definire assai più che un vero amico: a lui devo non
molto, moltissimo, praticamente tutto, per aver ascoltato, interpretato
e realizzato i miei desideri spesso non facilmente comprensibili e
qualche volta persino astrusi. Di lui parlano le porte e le finestre, i
mobili e le panche, gli armadi e le librerie, e non solo di questa casa,
ma anche di quella in cui dimoro abitualmente io e in quelle dei miei
figli. A Costantino devo l’opportunità che ogni volta
mi ha reso veramente felice, di aver potuto realizzare con i miei
pochissimi mezzi molti dei progetti che altrimenti nemmeno avrei potuto
concepire. Il tavolo a cui oggi scrivo, le mensole che reggono il peso
dei libri che amo, le porte che tante volte mi hanno isolato dal mondo,
sono usciti dalle sue
mani, le sue mani li hanno lavorati io so sempre con affetto,
attaccamento e premura.
Questi sono alcuni personaggi che hanno fatto parte della piccola
particolare “storia” di questa casa. Da subito volli che avesse il nome
di mia madre: ripetendolo, quel nome diletto, mi pareva che anche il
luogo si facesse più bello e più caro. Il tempo e gli eventi poi m’hanno
portato a credere in certi valori ed in certe tradizioni: infatti, il
rimpianto mai chetato che ho dei
miei genitori, che non ebbero neppure la gioia di conoscere i nipoti che
sarebbero venuti, i miei figli, viene oggi, dal loro esistere e dai nomi
dei nonni in loro ridetti, in parte e con dolcezza risarcito e
compensato. Ma questa , come si dice, è un’altra storia.
Molte sono state le vicende di Villa Elisa negli anni e tante le voci
che io vi
posso ancora udire. Come spesso accade, la tenerezza dei ricordi attenua
e forse rimuove quasi del tutto anche momenti di affanni e sofferenza:
così fu quando, per il terremoto dell’Irpinia, nell’ottanta, che causò
tanti lutti
e dolori, qui a Taranto, in quella casa, vennero a trovar rifugio e a
dimorare per alcuni mesi persone che avevano perso tetto
ed averi nella loro terra. Erano persone a cui ero legato da un affetto
lontano e di cui molto mi rattristava e preoccupava la condizione.
Ebbene,
in quei mesi, io che credevo di poter alleggerire in qualche modo le
loro ansie, fui invece proprio io il beneficiato dal loro spirito di
rassegnazione e di speranza. Quel periodo è diventato, nel ricordo,
felice come pochi della mia vita. C’era Titina, paralitica dalla
nascita, che aveva vissuto
tragicamente tutta la sua esistenza su una sedia dietro una finestra,
tra vasi di basilico e di rose sul davanzale. A guardare il piccolo
angolo di mondo che le era concesso e a contare i giorni che passavano,
così la ricordavo io. Era stata trascinata via di peso terrorizzata e
urlante dalla casa che franava , e ora, sulla sua nuova inusitata sedia
a rotelle, mobile come mai prima, girava per le stanze ed il giardino
felice della fresca sconosciuta libertà e delle cose nuove che vedeva e
che la stupivano, un poco scandalizzandosi per le donne in costume da
bagno sugli scogli, un poco spiandole, forse con segreti indecifrabili
rimpianti. E Caterina, che messo da parte ogni rammarico e ogni dolore,
con il suo solito spirito pratico e di grande abnegazione prese subito
la
guida della casa e di tutti loro. Mise anche e finalmente in funzione il
forno a legna, che aveva costruito sapientemente con l’argilla cruda e
la “josca” lo straordinario mastro Antonio di “via delle ceramiche”,
quello che impastava e cuoceva da solo e con le sue sole mani, gli
storici mattoni “pizzaruli” per i forni. Secondo le tradizioni di questa
gente si cucinò, con odori e sapori
antichi, si sfornò un pane che era buono e profumato come pochi, si
ricevettero visite che parevano solenni e severe di loro conterranei di
poche parole, fratelli di terra e di sventure, e qualcuno di loro non
aveva mai visto il mare. Onofrio, Margherita, Vito, Pierluigi, Angelo
vissero in quella casa e con loro il gatto Stoico, gatto che con un nome
così impegnativo doveva aver
avuto pure lui trascorsi non facili. Io vi avvertivo un garbato composto
profumo di famiglia, che addirittura si trasformava per diventare
gioioso e festante quando veniva a trovarli un ragazzo della loro terra
dal carattere splendido: Michele. Arrivava la sera con le mani in tasca,
sempre
fischiando, affermando e giurando la sua grande passione: “ guagliù… è
grande l’America!”, contagiando tutti con il suo ottimismo e l’allegria
e che riusciva addirittura a farci cantare.
Ricordi come questi le hanno assai impreziosite queste mura.
Delle mie prime estati a mare con i miei figli conservo il segno dei
loro arrivi gioiosi da Roma, con la gloriosa Simca verde carica di
bagagli e di speranze, con giorni davanti che sembravano lunghi ed
infiniti e invece passavano in un lampo, troppo vicini a partenze ogni
volta penose e strazianti. Una immagine che è mi impressa nel cuore è la
loro, sul muretto verso il mare,
a salutarmi quando la mattina andavo al lavoro. E posso avvertire ancora
grida e richiami, e lo scroscio dei tuffi, e i nomi dei tanti bambini
che si incontravano allo “scoglietto” e lì passarono le
belle stagioni della loro prima infanzia, guardati e chiamati da mamme
giovani e piene di illusioni. Una mattina di qualche anno dopo, mia
figlia che pensavo sempre bambina si svegliò in quella casa giovane
donna: corsi trafelato a comprarle fiori , e ricordo ancora dove, come
se quel luogo avesse per questo acquisito un merito infinito, sconvolto
e convinto di aver perso forse per sempre qualcosa.
Per alcuni anni poi non fu più la nostra casa d’estate. La prese in
fitto un amico che aveva una bella famiglia e bambini piccoli anche lui.
E in più un’attitudine prodigiosa agli scherzi. Tutti loro l’amarono ,
avevano una nonna che cucinava a tempo pieno, e strabilianti quantità di
amici che arrivavano di continuo, a tutte le ore, tutti interessati alle
inesauribili burle di Fulvio e di Lilli, al dolce fresco delle sere
d’estate e alla varietà incredibile di pizze di cui ognuno poteva far
richiesta , o addirittura dettarne la ricetta ed esserne insieme
l’inventore e l’artefice . Questa singolare straordinaria famiglia fu
sedotta dal posto e dalla casa, e ci costruì storie sue e ricordi,
evidentemente felici se il momento del distacco risultò poi così penoso.
Vollero subito riproporre in un posto non lontano una dimora tutta loro
nella quale io mi auguro e spero abbiano potuto far provvista di momenti
e giorni e memorie altrettanto gioiosi.
Ce ne sono passate davvero tante di persone per questo luogo e
l’immagine di ognuna è come una traccia di un tema per me che ora scrivo
ricordando. Io
ho riportato qui molto brevemente qualche breve fatto, ho accennato a
qualcuno, ma dentro di me non dimentico davvero nessuno: molte volte
infatti, e per ore intere, mi si è fermata la penna perché con chi
non ho citato, ma comunque porto nel cuore, ho rivissuto i fatti e i
momenti, le gioie e gli inevitabili dispiaceri.
Aggiungo, per
chi mi capisce e sa, che
questa è anche la casa di Ignazio, di Lucilla e di Severina, tre amici
che sono stati veramente speciali e che l’ hanno a modo loro davvero
amata ed adornata.
Ad un certo punto della vita però occorre tener conto del verbo
“lasciare”. Non si ha mai voglia di considerarlo questo verbo, e poi
all’improvviso diventa attuale: anzi con i miei amici coetanei, i “
ragazzi “ di una volta, ora pare divenire la parola più usata. Si
lasciano cose concrete se si hanno, ma si possono anche lasciare sogni,
ed io il mio lo affido perché spero che l’incanto di questa casa
continui. I sogni che a volte sembrano fragili possono invece espandersi
nel tempo e rafforzarsi e conquistarsi una loro continuità, se si riesce
a trasmetterli a qualcuno . Sono certo che mio figlio continuerà,
avrà cura e rinnoverà questo sogno ormai non più giovane e che a lui
proviene da lontano, dai suoi nonni e da me, e ho bisogno io di pensare
e sperare che lo voglia e lo sappia lui trasmettere ai suoi figli. Io
credo di essere riuscito a consegnarglielo integro e colmo dello stesso
amore con cui a
me venne affidato. Mi piace pure questo insolito impiego che lui sta
facendo di questa casa: è una nuova stagione, é un’esperienza nuova che
passerà per questo luogo che anche da questo potrà esserne accresciuto.
Sono sicuro che chiacchierando con lui, in una fresca mattina d’estate a
colazione, o dinanzi ad uno dei bellissimi tramonti rosati con le
montagne della Calabria lontane
all’orizzonte, qualcuno dei prossimi ospiti possa avvertire che qui c’é
qualcosa di speciale. E a proposito voglio dare un consiglio a chi verrà
a dimorarvi qualche tempo, anche se solo per brevissime ferie: giornate
di sole al mare, serate in ritrovi affollati e assordanti, balli a
sfinirsi per i giovani, comitive piacevoli per tutti. Questo ve lo
auguro, se è ciò che si cerca e si
aspetta da una giusta tanto attesa vacanza. Ma se potete, se potete, di
notte, quando i rumori si saranno smorzati, affacciatevi per qualche
minuto sul terrazzino del belvedere e guardate il mare nel mare, e nel
cielo le stelle , e se è il tempo giusto per trovarcela, la luna. E la
mattina non perdetevele le primissime ore. Dico le primissime, le ore
raccolte dei pescatori silenziosi e solitari sugli scogli. Provate, ve
lo consiglio e ve lo raccomando. Potreste
cogliere in quei momenti segreti, fiati, pronunce e anima di cui ognuno
di noi cerca e ha bisogno. Vi farà senz’altro bene. Arricchirà la vostra
vacanza. E sarà un merito aggiunto per questa non più mia “Villa Elisa”.
Vincenzo Blasi